giovedì 16 maggio 2013

FEUERBACH: La critica alla religione

L'errore della teologia sta nel porre l'essere dell'uomo fuori della realtà empirica dell'uomo stesso, sta nel porre la realtà umana come realtà divina, libera da ogni limite della sua condizione naturale e storica. La filosofia deve allora capovolgere questa impostazione di discorso; deve compiere l'operazione inversa a quella messa in atto dalla teologia e dallo hegelismo. Deve, insomma, riportare l'Infinito nel finito, l'Assoluto nel contingente, cioè il Divino nell'umano, il Pensiero nella realtà naturale dell'uomo; di modo che si riconoscano l'infinità, l'assolutezza, la divinità come caratteri propri dell'essere dell'uomo.
La filosofia, dunque, ha da percorrere ancora altro cammino, diversamente da quanto crede la «destra» hegeliana, che ritiene che il sistema di Hegel rappresenti il punto d'approdo teoretico dello sviluppo dello spirito, e che giudica quel sistema come lo sforzo ultimo e definitivo di una conoscenza razionale della realtà.

Nell'Essenza del cristianesimo Feuerbach nota come la coscienza che l'uomo ha di Dio è la coscienza stessa ch'egli ha della sua realtà umana; realtà che però è stata trasposta su un piano meta-fisico, meta-storico. Per quali ragioni però avviene questo processo di trasposizione? Feuerbach lo analizza con acume.
Nel rapporto con le cose esterne, io ho coscienza dell'oggetto; nel rapporto con me stesso io ho autocoscienza. Orbene, nel fenomeno religioso l'oggetto religioso non è «esterno» ma «interno» all'uomo. Quindi l'atteggiamento religioso è fondamentalmente un rapporto dell'uomo con se stesso. In senso proprio, dunque, la coscienza di Dio non è altro che l'autocoscienza dell'uomo, cioè non è altro che la coscienza che l'uomo ha della sua autentica realtà.

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